Ci sono persone che lasciano un vuoto nella propria famiglia. E poi ci sono persone che, oltre a quel vuoto, lasciano anche un silenzio nella cultura di una città.
Per me, mio padre Giuseppe Carullo, che tutti conoscevano come don Carú, è stato entrambe le cose.
Oggi sono 22 anni da quando ci ha lasciati; il tempo ha attenuato il dolore più acuto, ma non il rimpianto. Quando penso a lui, non ricordo un uomo di 81 anni che aveva concluso il proprio cammino. Al contrario, rivedo una persona con la mente vivace, curiosa, piena di idee e di entusiasmo, sempre pronta a trasformare un’emozione in una poesia o in una canzone.
Da quando aveva 16 anni, la scrittura divenne il filo conduttore della sua vita. Verso dopo verso, canzone dopo canzone, raccontò la nostra città come solo chi la ama profondamente sa fare, restituendoci una Napoli autentica, popolare, malinconica e allegra allo stesso tempo.
Ogni poesia custodiva un frammento della sua anima, ogni canzone era un atto d’amore verso la sua terra.
Forse ho ereditato qualcosa da lui
A volte mi domando se questa esigenza di mettere nero su bianco i miei pensieri non sia anche un piccolo regalo che mio padre mi ha lasciato. Forse, senza accorgermene, ho assorbito che le parole possono custodire la memoria, dare voce alle emozioni e far vivere ciò che il tempo non può cancellare.
Quando un artista continua a vivere
