Ci sono artisti che accompagnano un periodo della nostra vita e altri che, senza quasi accorgercene, contribuiscono a formare il nostro modo di vedere il mondo. Per me, Francesco Guccini appartiene a questa seconda categoria.
La notizia della sua scomparsa mi ha lasciato un grande vuoto. Non se n’è andato soltanto uno dei più grandi cantautori italiani: se n’è andato un uomo che, insieme a tanti altri protagonisti della canzone d’autore, ha inciso profondamente nella mia formazione giovanile.
Tra lui ed Edoardo Bennato era una bella lotta. Da ragazza li ascoltavo entrambi con la stessa passione, pur essendo così diversi. Bennato conquistava con la sua ironia, la sua energia e la capacità di denunciare i difetti della società attraverso favole moderne. Guccini, invece, era il cantastorie, il poeta, l’intellettuale capace di trasformare la musica in letteratura. Due personalità diverse, due estrazioni culturali differenti, ma entrambe fondamentali per la crescita di un’intera generazione.
Le canzoni di Francesco Guccini hanno accompagnato una parte importante della mia vita. Da ragazza le cantavo e le suonavo con la chitarra insieme alla mia cara amica Paola. Ogni volta era come entrare in un mondo fatto di emozioni, riflessioni e poesia. I suoi testi prendevano vita attraverso le nostre voci e credo che quella stessa magia abbia unito milioni di ragazzi italiani.
Nato a Modena il 14 giugno 1940 e cresciuto tra la città e il piccolo paese di Pàvana, sull’Appennino tosco-emiliano, Guccini ha assorbito fin da bambino il valore delle radici, della memoria e delle tradizioni popolari. Proprio quei luoghi sarebbero diventati protagonisti di molte sue canzoni e dei suoi libri.
Prima ancora di raggiungere il successo come interprete, scrisse brani destinati ad altri artisti. Fu autore di Dio è morto, resa celebre dai Nomadi, e di Auschwitz, due canzoni che dimostrarono fin da subito il suo straordinario talento narrativo e la sua sensibilità nel raccontare la storia e la condizione umana.
Negli anni Settanta arrivò la definitiva consacrazione. Album come Radici, Via Paolo Fabbri 43 e Amerigo sono entrati nella storia della musica italiana. Brani come La locomotiva, Eskimo, Incontro, Autogrill, L’avvelenata, Cyrano, Vorrei, Canzone delle domande consuete e Il vecchio e il bambino continuano ancora oggi a emozionare e a far riflettere.
Guccini non ha mai cercato di essere un personaggio costruito. Era schietto, diretto, ironico, spesso controcorrente. Non amava i compromessi e parlava con la stessa sincerità con cui scriveva. Era un uomo che preferiva la sostanza all’apparenza, e forse è proprio questa autenticità che lo ha reso così amato.
Con il passare degli anni decise di allontanarsi dai concerti. Sentiva che il suo percorso musicale si era concluso e preferì dedicarsi completamente a quella che, in fondo, era sempre stata la sua prima aspirazione: diventare uno scrittore. Pubblicò romanzi, racconti e saggi, dimostrando che il suo talento non apparteneva soltanto alla musica, ma alla narrazione in tutte le sue forme.
La sua scelta fu coerente con l’uomo che era sempre stato: libero, indipendente, fedele a sé stesso fino all’ultimo.
Mancherà come uomo, con il suo carattere autentico e la sua onestà intellettuale. Ma le sue canzoni continueranno a vivere, perché le opere nate dalla verità non muoiono mai.
Addio al poeta della canzone d’autore
