Ci sono date che non appartengono soltanto alla storia. Appartengono alla coscienza di un Paese.
Il 19 luglio 1992 è una di queste.
In quel pomeriggio d’estate, in via D’Amelio, a Palermo, un’autobomba pose fine alla vita del magistrato Paolo Borsellino e di cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Erano trascorsi appena 57 giorni dalla strage di Capaci, in cui la mafia aveva assassinato Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Due stragi che hanno ferito per sempre la Repubblica italiana. Ma non sono riuscite a uccidere ciò che Falcone e Borsellino rappresentavano.
Uomini, non eroi
Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non amavano essere chiamati eroi. Si consideravano semplicemente magistrati che facevano il proprio dovere. Sapevano perfettamente di essere nel mirino di Cosa Nostra. Erano consapevoli che ogni giorno avrebbe potuto essere l’ultimo. Eppure non arretrarono mai. Avrebbero potuto scegliere una strada più semplice. Avrebbero potuto proteggere se stessi e le loro famiglie.
Invece continuarono a combattere. Non per cercare gloria, ma perché credevano nello Stato, nella giustizia e nella libertà. Anche gli uomini e le donne delle loro scorte conoscevano i rischi che correvano. Eppure rimasero al loro fianco fino all’ultimo istante. Il loro sacrificio merita di essere ricordato con la stessa gratitudine.
La loro eredità
A distanza di tanti anni, il loro esempio continua a parlarci. Non soltanto della lotta alla mafia, ma del significato più autentico delle istituzioni. Falcone e Borsellino ci hanno insegnato che la legge deve essere uno strumento al servizio di tutti, mai un’arma da usare secondo convenienza.
Per questo motivo, oggi provo un senso di amarezza quando assisto a continui tentativi di trasformare vicende giudiziarie in strumenti di scontro politico. Non mi riferisco a un singolo caso, mi riferisco a un clima che troppo spesso sembra piegare la giustizia agli interessi di parte. Mi chiedo come sia possibile interpretare la legge soltanto in funzione della convenienza del momento. La giustizia dovrebbe essere il terreno sul quale tutti si riconoscono, non il campo di battaglia delle divisioni.
La memoria non basta se non diventa responsabilità
Ogni anno deponiamo corone di fiori, pronunciamo parole solenni, ricordiamo quei nomi. Tutto questo è importante ma non basta. Ricordare Paolo Borsellino e Giovanni Falcone significa soprattutto difendere ogni giorno i valori per cui hanno vissuto: legalità, integrità, rispetto delle istituzioni e rifiuto di ogni forma di sopraffazione.
La memoria non può ridursi a una cerimonia, deve diventare un impegno quotidiano.
Una speranza per il futuro
Vorrei che le nuove generazioni conoscessero Paolo Borsellino e Giovanni Falcone non soltanto come due vittime della mafia, ma come due uomini liberi, due servitori dello Stato che hanno dimostrato come il coraggio non sia l’assenza della paura, ma la scelta di fare il proprio dovere nonostante la paura.
E spero che il loro sacrificio continui a suscitare una presa di coscienza collettiva. Perché un Paese che dimentica chi ha dato la vita per difendere la giustizia rischia di perdere anche il senso della propria democrazia.
Via D’Amelio, 19 luglio 1992: il sacrificio di Paolo Borsellino che non possiamo permetterci di dimenticare
