Ripley, una sinfonia noir

Nei corridoi poco illuminati della storia della televisione, emerge un capolavoro, un’opera che sfida le convenzioni e danza al limite dei nostri sensi.   Ripley,  una serie che trascende il mero intrattenimento, intrappolando le nostre anime come un buon vino francese, mentre le pennellate di Caravaggio sussurrano segreti in sottofondo.

Andrew Scott veste i panni di Tom Ripley, un personaggio talentuoso e dal fascino leggermente rettiliano, messo a nudo nell’adattamento in otto parti di Netflix di “The Talented Mr. Ripley” di Patricia Highsmith (il volume inaugurale dell’allettante “Ripliad”).

Immaginatevi questo: Tom, un ladro dai colletti bianchi, che sopravvive in una topaia di New York.  La sua specialità?  Reindirizzare la posta, falsificare debiti e navigare nelle acque torbide dell’inganno.  Ma il destino, quell’astuto maestro, orchestra una svolta, quando viene assunto da un uomo benestante per recarsi in Italia e cercare di convincere il figlio a tornare a casa.

E così Tom sbarca ad Atrani, un villaggio a strapiombo che osserva la distesa azzurra della Costiera Amalfitana.  Qui, i tratti monocromatici danno vita ai suoi contorni aspri, proiettando ombre che danzano con le maree.
La fotografia cattura la sua essenza: le pietre antiche, i sussurri dei pescatori che riparano le reti al chiaro di luna, le scogliere frastagliate, la bouganville aggrappata alle pareti imbiancate, l’abbraccio implacabile del mare. 

Ma soffermiamoci sugli oggetti di scena, i testimoni silenziosi di questa sinfonia noir.  Tra questi,  un posacenere di cristallo.  Essenziale, geometrico, raffinato: una reliquia dell’era d’oro del design italiano.  Culla confessioni sussurrate, le sue sfaccettature catturano la luce come schegge di verità.  Nei suoi contorni intravediamo l’essenza stessa del mondo di Ripley: bellezza, pericolo e il brivido dell’inganno.

Mio caro intenditore di storie, lascia che le sue ombre ti avvolgano, che la tensione penetri nelle tue ossa.  Perché in questa danza monocromatica, Andrew Scott regna sovrano, lasciando la versione del 1999 di Matt Damon negli oscuri recessi della memoria. 

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