Sono passati otto anni dal crollo del Ponte Morandi di Genova, ma ancora oggi faccio fatica a riguardare quelle immagini senza provare lo stesso senso di incredulità di allora.
Ricordo la televisione, i video che cominciavano a circolare, quel ponte spezzato nel vuoto e soprattutto una domanda che sembrava impossibile da formulare: come può crollare un ponte mentre la gente lo sta semplicemente attraversando?
Sotto quel ponte non c’erano numeri, ma persone.
C’erano famiglie, lavoratori, ragazzi, bambini. C’erano persone che stavano andando al lavoro, tornando a casa o semplicemente partendo per le vacanze. Quarantatré vite furono spezzate.
E penso sempre a quanto sia terribile la normalità dell’ultimo istante: quelle persone non sapevano che stavano vivendo gli ultimi minuti della loro vita.
Una tragedia che ha chiesto verità e responsabilità
Dopo il dolore è arrivata la rabbia. Perché quella tragedia non poteva essere archiviata come una fatalità.
Negli anni sono state accertate responsabilità legate alla gestione, alla manutenzione e alla vigilanza dell’infrastruttura. Nel luglio di quest’anno è arrivata anche la sentenza di primo grado, con 32 condanne e quasi 200 anni complessivi di pena; tra i condannati, l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia Giovanni Castellucci, a 12 anni. È importante ricordare che si tratta di una sentenza di primo grado e che il percorso giudiziario non è ancora definitivamente concluso.
La giustizia può individuare responsabilità, stabilire colpe e pronunciare condanne.
Ma c’è una cosa che nessuna sentenza potrà mai fare: riportare a casa quelle 43 persone.
Non potrà restituire un figlio a una madre, un marito a una moglie, un padre a un bambino, un fratello a una sorella. E forse è proprio questo il pensiero più doloroso quando, ogni 14 agosto, si torna a parlare del 14 agosto 2018: il giorno in cui Genova si fermò.
Genova ferita, Genova che riparte
Eppure, accanto al dolore, c’è un’altra parola che associo a questa tragedia: resilienza. Genova è stata ferita profondamente, ma non si è lasciata spezzare. Il nuovo Ponte San Giorgio, progettato da Renzo Piano, è diventato il simbolo concreto della capacità della città di ricominciare. La sua costruzione procedette a ritmo straordinario e già nell’autunno del 2019 iniziavano le operazioni di sollevamento dei primi impalcati.
Quel ponte non ha cancellato il precedente. Non potrebbe farlo. Non può ricucire il dolore delle famiglie e non deve trasformare la memoria in una semplice celebrazione dell’opera nuova, ma rappresenta qualcosa di importante: Genova ha scelto di tornare a collegarsi, a vivere, a guardare avanti senza dimenticare.
Sotto il nuovo ponte, alla Radura della Memoria, 43 alberi ricordano le vittime e i loro nomi sono incisi nella memoria della città.
Ogni anno, alle 11:36, l’ora del crollo, Genova si ferma per un minuto di silenzio. E quel silenzio, forse, dice più di mille parole.
Il mio pensiero va soprattutto ai ragazzi di Torre del Greco
Ogni volta che penso al Ponte Morandi, però, il mio pensiero va anche alla mia terra. Ai quattro giovani di Torre del Greco che quel 14 agosto stavano andando in vacanza: Giovanni Battiloro, Matteo Bertonati, Gerardo Esposito e Antonio Stanzione.
Quattro ragazzi. Quattro amici. Quattro vite che avevano davanti ancora tutto. Tra loro c’era Giovanni Battiloro, videomaker e giornalista, che aveva appena 29 anni. Era appassionato del suo lavoro e, come tanti ragazzi della nostra terra, anche del Napoli.
Questa cosa mi colpisce particolarmente, perché Giovanni avrebbe potuto raccontare tante altre storie, avrebbe potuto riprendere tanti altri momenti, avrebbe potuto essere dietro una telecamera quando Napoli è tornato a vincere, quando la città è esplosa di azzurro, quando sono arrivati gli scudetti che per una generazione sembravano un sogno.
Ma non ha potuto raccontarli, non ha potuto gioire per le vittorie della sua squadra, non ha potuto vedere quelle immagini che forse avrebbe voluto filmare.
È rimasto per sempre fermo a quel 14 agosto 2018.
E allora penso che ricordare Giovanni, Matteo, Gerardo e Antonio significhi anche immaginarli per ciò che erano prima di diventare vittime di una tragedia: ragazzi pieni di progetti, di passioni, di amici, di futuro.
Non soltanto nomi incisi su una lapide.
Un fermo immagine che non deve diventare oblio
Ci sono immagini che il tempo non riesce a cancellare.
Quelle del ponte che crolla.
Quelle dei soccorritori.
Quelle del vuoto lasciato dal viadotto.
E poi quelle dei quattro ragazzi che partono felici per una vacanza.
È questo il contrasto che ancora oggi mi commuove di più.
La vita prima. Il nulla dopo.
Per questo credo che ogni anniversario non debba essere soltanto una ricorrenza, deve essere memoria, deve essere responsabilità, deve essere l’impegno a non considerare mai più normale ciò che normale non è: che una persona possa morire attraversando un ponte perché qualcuno non ha fatto ciò che avrebbe dovuto fare.
