MANO NELLA MANO

Osservava spaesato il proprio riflesso che lo fissava di rimando da una vetrina di giubbotti troppo eleganti e costosi.

Trance da pre-shopping o più probabilmente inebetimento da iper-vita.

Ecco cos’era quell’espressione ebete che si era appena scoperto scalfita sul volto. La passività nell’accogliere il flusso del suo destino lo aveva segnato anche fisicamente, nelle rughe del volto, nella singolarità in cui tendeva i muscoli della mascella ed aggrottava le sopracciglia. Era un uomo corrucciato e probabilmente se ne erano resi conto anche i manichini al di là del vetro ed ora lo stavano deridendo, in quel modo inopponibile con cui le cose inanimate si prendono gioco di chi una vita l’ha, ma non non ci fa troppo caso.

Ad un certo punto si rese conto che qualcosa era andato a riempire il vuoto della sua mano, che fino ad un istante prima non era altro che un’inerte estremità ciondolante lungo un fianco.

Si girò di scatto e quel che vide fu un piccolo arruffato cucciolo d’uomo dall’aria soddisfatta e computa, anch’esso intento a studiare il proprio riflesso nella vetrina.

La mente lucida, la calma ritrovata.

Ora che la mano di suo figlio era andata a cercare la sua, non era nemmeno più tanto sicuro di avere qualcosa per cui valesse la pena aggrottare la fronte o sentirsi insoddisfatto.

In fin dei conti quei manichini avrebbero avuto più motivi per invidiarlo che per deriderlo.

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Ex-giocatrice di calcio, appassionata di Napoli e del Napoli. Amo scrivere 🖋

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