“ATTRAVERSARE I MURI” di Marina Abramovic

Ci sono persone che hanno una scintilla interiore più luminosa delle altre, una determinazione particolare nell’inseguire un obiettivo, nel realizzare un sogno, nel percorrere un cammino diverso che le porta dove pochi riescono ad arrivare. Le persone così hanno la possibilità di fare da testimonianza: di ciò che è accaduto e di ciò che è possibile fare, della forza che tutti noi siamo in grado di tirar fuori, della scintilla che dobbiamo imparare ad illuminare. Marina Abramović è una di queste persone.

Chi è Marina Abramović?
Marina è un’artista serba, nata a Belgrado nel 1946, in quella che era ancora la Jugoslavia. La sua è stata una vita incredibile fin dall’infanzia. Già la storia dell’incontro dei suoi genitori sembra impossibile, una favola. Mai però quanto quella di sua nonna, imparentata con uno degli uomini più potenti del paese, ucciso dal re con la polvere di diamanti… Circondata da storie pazzesche, evidentemente anche lei era destinata a grandi cose.

Marina è cresciuta in una famiglia agiata ma ha vissuto in un clima rigido, fatto di regole ferree, privazioni, botte e coprifuoco. Questo però non le ha impedito di avvicinarsi all’arte sempre di più e, grazie al suo coraggio e alla sua dedizione, è diventata una delle più importanti performance artist del mondo.

Che cos’è la performance art?
La performance è proprio quello che la parola fa intendere: un’opera d’arte impersonata, interpretata, quasi sempre dall’artista stesso, a volte anche dal pubblico. Una performance può durare 3 minuti così come 3 mesi, non c’è nessun tipo di regola: gli autori hanno carta bianca, possono fare praticamente qualsiasi cosa.

“Perché limitarmi a due dimensioni, quando potevo fare arte con il fuoco, l’acqua, il corpo umano? Con qualunque cosa! Qualcosa era scattato nella mia mente, mi resi conto che essere artisti significava avere l’immensa libertà di lavorare con qualunque cosa, o con nulla. Se volevo creare qualcosa con la polvere la spazzatura, potevo farlo. Era un incredibile sensazione di libertà.”


L’interazione con il pubblico è la base e lo scopo ultimo di ogni performance: tra l’artista, presente in prima persona, e lo spettatore deve instaurarsi qualcosa, una connessione; connessione che nasce da, o che a sua volta può far nascere, una sensazione: tensione, comprensione, paura, eccitazione, dolore.. Capite bene che la performance è una forma d’arte particolare, diversa dalle altre a cui siamo più abituati: in questo caso non c’è un’opera fisica in sé, un prodotto, inteso come oggetto, che può essere esposto, o venduto. Non c’è un quadro, una scultura, un monumento, una poesia. La performance è un tipo di arte la cui essenza è il corpo dell’artista. E proprio allo studio e allo sviluppo del proprio corpo e delle proprie sensazioni, da applicare poi alle performance, Marina ha dedicato tutta la sua vita.


Le sue performance sono estreme eccessive, fuori dalle righe, disturbanti, scomode. La Abramović sembra non avere paura di niente quando si tratta delle sue opere: non ha paura di autoinfliggersi dolore, di compiere azioni pericolose, di affidarsi completamente ad un pubblico sconosciuto. In una delle sue primissime performance Marina gioca con i coltelli, facendoli passare velocemente in mezzo alle dita della mano, senza fermarsi. Marina registra l’audio della performance, compresi i gemiti emessi nei momenti in cui si taglia. La ripete poi una seconda volta ascoltando l’audio e cercando di tagliarsi negli stessi esatti momenti in cui lo aveva fatto in precedenza, registrando ancora una volta. Di quella esibizione Marina dice: “Capii di essere riuscita a ottenere qualcosa che non aveva precedenti, una fusione di presente, passato ed errori casuali. Avevo fatto esperienza di una libertà assoluta: avevo sentito che il mio corpo era senza limiti e confini, che il dolore non aveva importanza, nulla ne aveva. Ed era inebriante. Ero ubriaca dell’energia soggiogante che avevo ricevuto.”


In una delle sue performance più famose invece, Rhythm0, Marina rimane ferma immobile per ore, davanti a sé un tavolo pieno di oggetti, e il pubblico, che può fare di lei qualsiasi cosa. Sul tavolo c’erano anche una pistola, un proiettile, dei coltelli. Ma tante sono anche le performance meno pericolose, Marina ha fatto costruire ad esempio una casetta con tanti oggetti composti di cristalli o pietre particolari. Tra essi anche i cuscini, su cui gli ospiti potevano dormire, con il compito di appuntare al risveglio il proprio sogno in uno speciale taccuino. In questo caso è stato il pubblico il protagonista della performance. Uno dei sogni appuntati sul taccuino: “Lo scorrere del tempo vacilla e vivo con dieci minuti di anticipo rispetto al resto del mondo . E non faccio che aspettare che tutti arrivino alla fine di questi dieci minuti che stanno sprecando.”

Com’è stata la lettura di “Attraversare i muri”?
Credevo che mi sarei trovata di fronte ad una storia fatta di coraggio, intraprendenza, dedizione, fatica, per raggiungere la perfezione in un tipo di arte diverso, innovativo. In effetti ho trovato tutto questo, ma soprattutto ho trovato molto molto di più. Grazie ad Attraversare i muri, ho imparato a riconoscere il suo modo di vedere le cose, la rivoluzione che è riuscita a compiere nel mondo dell’arte. E pian piano mi sono resa conto di rispettarla. Soprattutto quando ho scoperto quello che ha affrontato per riuscire a svolgere le sue performance e la forza di volontà che ha dovuto tirar fuori. Questo libro è infatti anche un viaggio nella conoscenza di corpo e mente. Un viaggio a cui Marina ha dedicato tutta la sua vita e che poi ha messo su carta, per farlo rivivere a noi, che la leggiamo. Cosa ci racconta? Ci racconta quali sono i limiti del corpo umano, ma quelli veri, sperimentati con il coraggio di spingersi sempre oltre quello che si pensa possibile. Ci racconta di quanto il dolore sia relativo e possa essere controllato dalla mente. Ci racconta come quest’ultima, la mente, possa rivelare delle capacità che assomigliano alla magia.

Marina ci parla di meditazione, di energia vitale, di poteri della natura e dei cristalli, di viaggi presso monaci tibetani e frati e indigeni, di visioni, di previsioni sul futuro. Lei ha dedicato anni e anni a scoprire tutto questo, senza mai negarsi esperienze estreme, senza mai mancare di coraggio o di curiosità o di voglia di ampliare le proprie vedute. Tutto quanto per dedicarlo all’arte. “Scoprii che nei monasteri i monaci avevano usato gli involucri delle bombe più grandi per fare campane da meditazione , e quelli delle bombe più piccole per fare vasi da fiori . Mi vennero in mente le parole del Dalai Lama: “solo quando si impara a perdonare si può smettere di uccidere. Perdonare un amico è facile, è molto più difficile perdonare un nemico.”


Infine, non poteva mancare, mescolato a tutto il resto, la storia di Marina in quanto donna, in quanto persona. La storia delle sue debolezze. L’infanzia, il rapporto con la madre, e le sue relazioni amorose. Soprattutto l’amore per Ulay, collega con cui ha condiviso tantissime performance. È in questi stralci di storia forse che il lettore si rende conto davvero della concretezza e dell’onestà di ciò che l’autrice racconta; perché nonostante tutto quello che è riuscita ad ottenere dal suo corpo e dalla sua mente, al dolore delle relazioni non è riuscita a sottrarsi. E questo la rende umana come tutti noi.

Marina nel suo libro parla di ciò che ha raggiunto grazie alle sue performance, di quello che ha sentito e visto grazie al suo pubblico, ed è evidente che lei ha una capacità di percezione molto più elevata della maggior parte delle persone. C’è un momento in cui dichiara di essere in grado di vedere l’energia degli altri, la loro aurea. Io mi chiedo se riesce a vedere anche la sua.

“Se vediamo l’arte come qualcosa di isolato, di sacro e di separato da tutto, significa che non è vita. Mentre l’arte deve essere parte della vita, deve essere di tutti.”

Pubblicato da

Ex-giocatrice di calcio, appassionata di Napoli e del Napoli. Amo scrivere 🖋

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