“STATEV ACCUORT” di Ilaria Iodice

A volte mi affaccio per i vicoli cercando uno scorcio di una Napoli da foto d’epoca.
A volte mi perdo nei discorsi altrui solo per ascoltare il dialetto e le espressioni colorite che vengono utilizzate.
Spesso mi sento come una spettatrice, come a una festa dove tutti ballano e la mia schiena è appoggiata al muro, ed io sono lì, che li ammiro, mi perdo nei loro movimenti, tra i loro passi e indago guardando i volti, le labbra. Una spettatrice, come una ragazza che va al cinema da sola, dove viene proiettato un film d’amore e ammirata e malinconica guarda con occhi stellati, fremendo dal desiderio di farne parte.
Io, da napoletana, sto li e guardo Napoli ogni volta come se fosse la prima, ogni volta rimanendo colpita dalle persone, ogni volta stupendomi per qualcosa di nuovo – cose che vedo per strada, fatti che ascolto al bar e sempre non posso fare altro che confermare il mio totale ed inerme amore per questa città.
Così la mia passione è diventata stare li a scorticare la patina, andando oltre noi studenti intellettuali, oltre quelli di noi che Napoli vogliono cambiarla senza conoscerla, vogliono parlarne senza averla vista.
Noi che da bambini non scendevamo per strada, noi che mamma e papà ci sgridavano se parlavamo in dialetto, noi che siamo andati alle medie dalle suore e al liceo classico.
Io fra tutti questi, tra noi che rappresentiamo il ragazzo napoletano bene che ha studiato e che capisce di politica, noi che la sera scendiamo con la macchina di papà e parcheggiamo lontano dal centro storico, noi che vorremmo una città migliore, più civile, ordinata, noi che siamo il napoletano moderno inquadrato e consapevole, critico e disciplinato: l’istruzione, il distacco, la fretta, l’ambizione, hanno reso noi giovani napoletani diversi dai giovani napoletani di una volta.
Ma fra noi ci sono io, io che amo andare oltre, a scorticare il progresso, la cultura, la consapevolezza: per cercare e trovare una signora che mi parla della grandezza della Madonna – parla italiano perché non mi conosce, ma la sua dignità poi si dissolve nel dialetto materno e quel suono la rende materna anche per me.
Io che amo cercare quei napoletani che custodiscono le nostre tradizioni e il nostro modo di pensare (essi stessi ne sono la dimostrazione più lampante ed immediata) e che mi struggo perché non sono come loro…
Io, io che vorrei che i Quartieri Spagnoli non cambiassero mai! Scrivo, ma purtroppo le parole mancano, dalla mia penna non verranno mai parole giuste per la mia Napoli.
Napoli, con la sua contraddittorietà perenne ed intrinseca…
Basta pensare ai due volti di Napoli, se si vuole indovinarne l’anima nascosta e sfuggente.
Calma, tranquilla, ma nella profondità del suo ventre scorre il fuoco, vivo e ardente e sempre sul punto di emergere – una minaccia costante, un segnale dal sottosuolo, una specie di assenso che poi irrompe e si palesa nella sua più alta manifestazione: il Vulcano addormentato, silenzioso e pacato, ma immane ed immanente.
Tutti i giorni è sempre lì, se guardi ogni giorno nella stessa direzione lo vedrai, è lì, con la pioggia e con il sole, innevato oppure brullo e bruciato, stagliato contro il cielo, disteso di fronte al mare.
Sembra dare il suo consenso, sembra stia dicendo “va bene” a tutto, ma certe notti, quando è tardi e c’è la luna grande in un cielo senza nuvole, allora sembra stia dicendo statev accuort!, ed allora ogni napoletano che quella notte incrocia lo sguardo con l’occhio semichiuso del gigante, ogni napoletano sente di nuovo quella minaccia antica, che tutti i napoletani hanno sentito: la minaccia del fuoco che squarcia la terra, illumina la notte ed accende il mare.
Il fuoco sotto, il mare sopra.
Mare che quando piove sbatte con l’onda contro gli scogli, e la spuma sale alta fino a lambire e bagnare via Caracciolo. Che se è sera, è tardi, sei in macchina e piove e c’è vento, guardi dal finestrino e vedi gli spruzzi salire alti sopra la strada e allora esclami “uà, è bellissimo” e magari qualche amica ti prende in giro “vir nu poco, vir. A Napoli ce tenimme, ma a te basta nu poco e mare e subito t’emozioni”.
Mare che quando è calmo si stende e va a baciare le alte mura del Castel dell’Ovo e lo fa da sempre, custodendo ancora oggi il segreto dell’antica Megaride.
E poi certe campagne, attorno alla città, che si intravedono guardando in alto fra i vicoli. E le colline del Vomero, dei Camaldoli, la stessa Capodimonte, che si affacciano sulla città bassa, stesa sul mare…
E ancora una volta sento che dall’anima di questa mia martoriata città si sia trasferita alla mia la sua duplice e diametralmente opposta natura e che come una malattia – un virus sconosciuto perché invisibile – mi abbia contagiata, e che quindi anch’io sia ora scissa, lacerata, in due nature divergenti e parallele – sono ora una napoletana bene che studia, che la città vuole cambiarla – ed insieme sono la Napoli degli stereotipi, mi piace la pizza, saluto con “uè”, faccio ammuina e burdello, e quando mi arrabbio parlo dialetto, passo col rosso e suono al semaforo, mi piace cantare e non sono fine se non ce n’è bisogno e faccio amicizia coi cattivi ragazzi e mi sento umile dinanzi alle facce del popolo, quando faccio sedere al mio posto su un pullman un signore col cappotto e con la coppola, che poi sorride spontaneo e dice “grazie, signurì”.
Sono due anime, e sono due e non una, perché sono napoletana e l’anima di Napoli non è una, è un’aura potente e porosa, come una macchia si espande e si ritira, assorbendo e rilasciando influssi e culture diverse.
L’anima di Napoli non è una e poiché io ne sono figlia, da Lei partorita, tale sono io, tale è l’anima mia.


Ilaria Iodice, 13 novembre 2013

Pubblicato da

Ex-giocatrice di calcio, appassionata di Napoli e del Napoli. Amo scrivere 🖋

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