“Un giocatore incallito” di Ilaria Iodice

Ancora una volta, come tutti gli anni, era di nuovo estate.

Di nuovo le mezze maniche, i quaranta gradi all’ombra, le nottate con il ventilatore addosso.

Ed i turni di sera al lavoro.

Come tutti gli anni, la città si svuotava e le serate per strada diventavano silenziose, ma la sala rimaneva sempre costantemente frequentata dai soliti irriducibili giocatori.

Lavorare in una sala scommesse ha i suoi pro ed i suoi contro; uno dei suoi pro è che conosci tutti gli abituali, le loro giocate, i loro stratagemmi, le loro pretese – e alla fine i loro guai, da dove provengono i loro soldi – e spesso, pure quanto hanno perso.

Perché al gioco dei cavalli non si vince mai. Anche il giocatore più incallito lo sa, senza volerlo ammettere, “Può sul’ perder’, ‘uagliò”, nessuno si arricchisce con le scommesse ippiche.

Uno dei contro è che nun ce sta ‘na femmena. Questo sicuramente. I giocatori di cavalli sono tutti uomini, pensionati, meno spesso ragazzi.

Donne, una su un milione. E d’estate, quando vanno in giro senza le calze e tutte sbracciate, ti viene una certa malinconia a dover stare rinchiuso in una sala scommesse con quattro giocatori in canottiera fino a notte tarda.

E sì, perché d’estate i cavalli corrono pure di sera. E la sala, che canonicamente chiude alle otto e mezza, rimane aperta fino all’ultima corsa, passata la mezzanotte. Nella settimana di Ferragosto, i cavalli corrono, i giocatori stanno sempre qua, ma i colleghi no.

Loro vanno in vacanza. Ed io, da buon responsabile del personale, in vacanza vado a Settembre, e per diversi giorni del mese d’Agosto in sala rimango da solo.

Anche quell’anno, come tutti gli anni, era di nuovo estate ed io stavo da solo in agenzia aspettando che fossero disponibili i pagamenti delle vincite dell’ultima corsa, per poi fare i conti della giornata, mettere tutto in cassaforte e andare a casa.

Quella sera anche il direttore se n’era andato prima. Stavo dietro il mio sportello e come al solito in sala c’era Don Ciro.

Don Ciro era anziano, un fumatore accanito, un giocatore disperato. Giocava da sempre. Dieci anni che lavoravo in quella sala, e dieci anni che lui era lì, tutti i giorni, con la pioggia o con il sole. Don Ciro si era giocato tutto, giocando giocando si era giocato la famiglia, si era giocato pure la moglie, che lo aveva lasciato, dopo una scenata in agenzia.

Me lo avevano raccontato i colleghi. Leggende di giocatori, storie improbabili e assurdamente vere, che si rincorrevano di bocca in bocca tra di noi, ‘e spurtellist’, impiegati che guardavano quell’intrigo di situazioni e gesti surreali seduti dietro una lastra vetro trasparente, come guardassimo pesci rincorrersi in un acquario.

Da quando aveva perso la famiglia, Don Ciro non aveva fatto altro che giocare. Era uno di quelli che sognavano di fare il colpaccio, di indovinare una singola vincita che avrebbe fruttato milioni, probabilmente sapendo pure che era impossibile.

Non aveva schemi o stratagemmi, diceva di seguire l’istinto – e puntualmente perdeva.

Aveva iniziato a puntare poco, e non rinunciava mai alla trio in ordine, che costava di base un euro, nella tris. Praticamente, si trattava di indovinare l’esatto ordine di arrivo dei primi tre cavalli classificati: quali e in che ordine. Tre cavalli esatti su ventiquattro, anche venticinque. Giocava sempre quella trio, dicendo cose del tipo “Si adda succedere, succer’”. Ma non succedeva mai, e quell’euro si aggiungeva alle altre migliaia che aveva già perso.

Don Ciro camminava svelto, fumando, e quando aveva i soldi di carta li sfogliava leccandosi prima il pollice.

I giocatori sono capaci di fare sempre lo stesso gesto, lo stesso rituale, davanti allo sportello quando vengono a giocare.

Don Ciro gettava la sigaretta a terra, metteva la mano in tasca, diceva la giocata in napoletano, veloce e conciso, si leccava il pollice e sfogliava le banconote per sfilarne una e pagare. Durante la serata le banconote diventavano monete, e allora apriva il pugno, gettando gli spiccioli a uno ad uno sul banco con l’altra mano. Poi si prendeva il biglietto e sistematicamente se lo metteva nel taschino della camicia.

Questa costanza. Di fare sempre gli stessi gesti ogni volta. Per poi perdere, ogni volta.

Quella sera Don Ciro non aveva giocato all’ultima corsa, e come sempre stava lì a fumare guardando gli schermi che mostravano i riusultati delle corse.

Eravamo rimasti solo io e lui, avevo pagato le vincite agli altri giocatori e cominciavo a fare i conti della serata.

Don Ciro si avvicinò allo sportello, gettò la sigaretta a terra, si mise la mano in tasca e mi disse: “’Uagliò’, alla prima tris di domani, fammi questi tre cavalli in ordine:

Sett’, diciassett’, vintiroje. Te’, miettece ‘sti cient’ eur’ ‘ncopp’”.

Si leccò il pollice e mi contò i cento euro. Mi resi conto che non aveva giocato quella sera, non aveva parlato con nessuno, battendo con la mano sul taschino della camicia e vaneggiando di vincite milionarie, come invece faceva di solito.

Cento euro in biglietti da venti, li vidi scivolare dalle sue dita sul banco, e digitai la scommessa.

Con me Don Ciro non aveva mai parlato tanto, se non di cavalli, ogni tanto pronunciando massime con i suoi modi burberi, ed io l’avevo sempre trattato bene, perché invecchiando aveva cominciato a farmi tenerezza.

Noi della sala, ci criticava tutti. Chi era lento, chi era distratto, chi arrotondava per difetto. A me, però, non mi aveva mai detto niente. Io quasi ci speravo che li vincesse, i suoi milioni: tanta ostinazione andava pur ripagata in qualche modo.

Quella sera, avevo voglia di chiedergli perché, di domandargli di quei cento euro puntati su un unico biglietto piuttosto che centinaia di biglietti da un euro, un “Bell’e bbuon’, ‘On Cì’?”, ma sapevo da anni che quando un uomo ritiene che il gioco sia la sua unica ragione di vita, è bene non fargli domande sulle sue scommesse, proprio tu che sei l’unico depositario dei suoi grandi segreti, che lui confessa di malavoglia perché costretto, e tu devi tenere il segreto e non giudicare, come un prete nel confessionale.

Così incassai i cento euro e non dissi niente, nemmeno obiettando che non sapesse quali erano i cavalli di domani.

Gli poggiai il biglietto sul banco, lui lo guardò e disse: “Grazie, ‘uagliò’. E nun te preoccupà’, vide ca chesta è ‘a vota bbona!”

Mi feci una risata, mentre Don Ciro girò sui tacchi e se ne andò senza dire niente, così felino che mi controllai per bene i cinque biglietti da venti, con la paura che fossero falsi. In tanti anni in una sala scommesse, purtroppo impari anche che i giocatori sono furbi, e sai che non devi mai fidarti.

Comunque, i venti euro erano apposto, e in un lampo alzai lo sguardo e vidi il biglietto ancora lì sul banco. Don Ciro se l’era scordato là. Incredibile. Un rituale infranto. Tutto perfetto, e non il taschino finale. Pure la frase solita, forse più ardita, più personale. Rimasi tipo sconvolto. Mi resi conto di quel piccolo microcosmo che era la sala scommesse, un contenitore di speranze, cattive abitudini, sogni infranti e soldi, con le sue costanti e le sue leggi universali. E rituali, che si ripetevano sempre uguali, cui io avevo assistito per anni, ed erano così potenti che se interrotti, potevano sconvolgerti.

Dopo dieci anni si era scordato un biglietto. Lo presi e lo misi nel portafogli, sapendo che potevo darglielo il giorno dopo, che sicuro me l’avrebbe chiesto.

Feci tutto, da solo, nel mio meticoloso ordine, chiusi la sala ormai deserta, e mi avviai a piedi verso casa mia.

Anna dormiva, con indosso un pantaloncino e una canottiera, avvinghiata al cuscino. E meno male, altrimenti avrebbe cominciato con la storia delle vacanze, e soprattutto del matrimonio. Soldi, soldi, soldi. Lavori e non hai i soldi per sposarmi.

Dopo tutti quelli che mi erano passati per le mani durante la giornata, sprecati per alimentare il fuoco delle speranze vane e delle famiglie distrutte, non avevo proprio voglia di sentir parlare di soldi.

Andai al lavoro il giorno dopo, alle cinque di pomeriggio, trenta gradi più o meno.

Don Ciro non c’era. Per tutta la sera, di corsa in corsa, mi aspettavo di vederlo entrare, iniziare a raccontare la sua prossima ricchezza a tutti, e venirmi a chiedere del biglietto.

Chiesi ad un giocatore: “Avete visto a ‘on Ciro?”

“Chill’ è d’aiere ca nun se vede.”

E vabbè, Don Ciro non c’era, non era già venuto e non venne.

Il giorno dopo, mentre andavo a lavoro, mi dissero che era morto.

“Ma comm’è? E quand’è muort’?”

“Doje juorne fa. Stev’ sul’ isso a cas’. ‘O cavero”.

“Doje juorne fa, dieci Agosto?”

Non ci potevo pensare. Tenevo il biglietto di Don Ciro, e quello era morto.

“Quello è venuto in sala, stev’ bbuon’, fumava…”

“No, nun è possibile, chill’ nun s’è aijzat’ propr’ ‘a rint’ ‘o liett’.”

Don Ciro era morto, ma era venuto a giocare lo stesso. Sbiancai, non riuscii a dire più niente.

Mia nonna mi raccontava sempre dei fantasmi nel vicolo suo. Fantasmi che parlavano, facevano cose, si facevano vedere. Me ne andavo a lavoro, stavano trenta gradi e sudavo freddo. Quello pure da morto era venuto a giocare. Mia nonna avrebbe detto che me lo dovevo aspettare. Piano piano mi convincevo.

E i cento euro da dove li aveva presi?

Feci tardi un’altra volta in agenzia, un’altra volta rimasi da solo, e tutta la giornata ero stato a pensare a questo fatto. Don Ciro era morto, era venuto a giocare e si era pure scordato il biglietto. Io ce l’avevo ancora. Pensavo alla nonna, e pensai a quello che diceva. Quello che dicevano le nonne di Napoli.

I morti danno i numeri vincenti.

Uscii nella sala, sintonizzai uno dei televisori sul televideo, andai a vedere i risultati della prima corsa tris dell’undici Agosto.

Sette, diciassette, ventidue.

Don Ciro aveva preso la trio in ordine, era morto e si era scordato il biglietto.

Stavo solo io in agenzia e mi stavo sentendo male.

“Sett’, diciassett’, vintiroje. Nun fa accussì, ‘uagliò’, te l’avevo detto che era la volta buona!”

Vidi Don Ciro fumare vicino a me e svenni tutto assieme. Don Ciro era morto, aveva visto l’ordine dei cavalli assieme al Padreterno, era tornato e se li era giocati da me.

Era estate, quaranta gradi all’ombra, io presi a Anna e me la sposai.

Nessuno si arricchisce coi cavalli, lo sanno tutti, lo avrebbe detto anche la nonna, ma io riuscii a realizzare il sogno di un giocatore incallito.

Ilaria Iodice, luglio 2012

Pubblicato da

Ex-giocatrice di calcio, appassionata di Napoli e del Napoli. Amo scrivere 🖋

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