Ci sono libri che si leggono appena arrivano in libreria. Altri, invece, sembrano aspettare il momento giusto.
Per me, I testamenti di Margaret Atwood è stato uno di questi.
L’ho acquistato quasi tre anni fa, subito dopo aver terminato Il racconto dell’ancella, ma è rimasto sullo scaffale, paziente, come se sapesse che il suo momento sarebbe arrivato. E quel momento è arrivato solo adesso, dopo aver visto l’ultima stagione della straordinaria serie televisiva tratta dall’opera della Atwood.
Forse è stato un caso. O forse no.
Tornare a Gilead con occhi diversi
Chi ha letto Il racconto dell’ancella sa quanto sia difficile dimenticare Gilead. È un mondo distopico, inquietante, costruito con una lucidità tale da farci chiedere, pagina dopo pagina, quanto possa essere sottile il confine tra la fantasia e la realtà.
La serie televisiva, pur prendendosi alcune libertà narrative, è riuscita a farmi vivere ancora più intensamente quella storia. Mi ha emozionato, mi ha fatto arrabbiare, sperare e soffrire insieme ai personaggi.
Quando si è conclusa, ho sentito il bisogno di ritornare in quel mondo.
Era finalmente arrivato il momento di aprire I testamenti.
Un romanzo diverso, ma necessario
Questo secondo libro non è una semplice continuazione del primo.
Margaret Atwood sceglie una strada diversa, raccontando gli eventi attraverso tre voci femminili che osservano Gilead da prospettive completamente differenti.
Senza svelare troppo a chi non lo ha ancora letto, posso dire che il romanzo amplia enormemente ciò che già conoscevamo di quella società, mostrandone i meccanismi interni, le contraddizioni e, soprattutto, le prime crepe.
Se Il racconto dell’ancella era il romanzo della sopravvivenza, I testamenti è anche il romanzo della speranza.
Dopo la serie TV, la lettura assume un altro significato
Leggere questo libro dopo aver terminato la serie Netflix è stata un’esperienza particolare. Avevo ormai il volto dei personaggi impresso nella mente, le ambientazioni, le atmosfere e persino il tono delle loro voci. Questo non ha limitato la mia immaginazione, al contrario, ha reso la lettura ancora più intensa. Ogni pagina sembrava riportarmi dentro quel mondo che avevo appena lasciato sullo schermo.
Margaret Atwood continua a far riflettere
Ciò che continuo ad ammirare della scrittura di Margaret Atwood è la sua straordinaria capacità di raccontare una storia coinvolgente senza rinunciare a porre domande profonde. Le sue pagine parlano di libertà, potere, identità, manipolazione, fede e resistenza. Non offrono risposte semplici, invitano il lettore a interrogarsi. Ed è forse questo il motivo per cui i suoi romanzi continuano a essere così attuali.
La mia impressione finale
Sono felice di non aver avuto fretta. Forse tre anni fa avrei letto I testamenti come il seguito di un grande romanzo. Oggi, dopo aver vissuto anche l’intensità della serie televisiva, l’ho letto con una consapevolezza diversa, cogliendo sfumature che probabilmente mi sarebbero sfuggite.
Chiudendo I testamenti, ho avuto la sensazione che la vera forza di Margaret Atwood non sia stata quella di immaginare un futuro impossibile, ma di osservare con lucidità il presente. Gilead è una distopia, certo, ma alcune delle sue dinamiche trovano ancora oggi inquietanti somiglianze con ciò che accade in diverse parti del mondo, dove a milioni di donne vengono negati diritti fondamentali: il diritto all’istruzione, alla libertà di scelta, all’autodeterminazione, alla partecipazione alla vita pubblica e, in alcuni casi, perfino alla possibilità di decidere del proprio corpo. È questo che rende i suoi romanzi così potenti: non ci chiedono solo di leggere una storia, ma di riflettere sul valore della libertà e sull’importanza di non considerare mai i diritti acquisiti come qualcosa di scontato. Perché la storia ci insegna che ciò che sembra impossibile può diventare reale se si smette di difendere, ogni giorno, la dignità e i diritti delle persone.
Solo chi è morto ha diritto a una statua; a me, invece, ne è stata dedicata una in vita. Sono già di pietra.
La statua era un piccolo segno di stima per i miei tanti contributi, diceva la motivazione letta da Zia Vidala. L’incarico le era stato dato dai nostri superiori e le risultava tutt’altro che gradito. La ringraziai facendo appello a tutta la mia umiltà, poi tirai bruscamente la fune e sciolsi il drappeggio che mi avvolgeva; svolazzò fino a terra, ed eccomi lì. Non siamo facili all’entusiasmo, qui ad Ardua Hall, tuttavia si levò un applauso discreto. Feci un cenno col capo.
La mia statua è più grande del naturale, come tendono a essere le statue, e mi rappresenta più giovane, più magra e più in forma di quanto non sia da tempo. Me ne sto eretta, spingo indietro le spalle, piego le labbra in un sorriso fermo ma benevolo. Fisso lo sguardo su un punto del cosmo che vorrebbe rappresentare il mio idealismo, la mia incrollabile dedizione al dovere, la mia determinazione a proseguire a dispetto di ogni ostacolo. Non che la mia statua possa vedere qualcosa del cielo, collocata com’è nel cupo gruppetto di alberi e arbusti che fiancheggia il sentiero davanti ad Ardua Hall. Noi Zie non dobbiamo essere troppo superbe, nemmeno quando siamo di pietra.
