“Il signore delle mosche” di William Golding

In un mondo afflitto dalla guerra, un aereo pieno di bambini precipita su un’isola deserta. Sopravvissuti al disastro, tanti piccoli ometti di ogni età devono riuscire ad andare avanti in questo nuovo ambiente, completamente soli, abbandonati a se stessi. Si assiste al tentativo di creare una comunità, di istituire delle regole, di organizzarsi per cibo, riparo, per lanciare segnali di aiuto. Inizialmente sembra questa la trama principale, la storia che Golding vuole raccontare: bimbi di sei, otto, dieci anni, che tra alti e bassi, creano una società, che con la loro innocenza decidono di vedere il disastro come un’avventura e vivere come in un gioco.

Ma piano piano qualcosa cambia. Prima c’è un incidente, terribile ma accidentale, qualcosa di non voluto, una disgrazia. Una cosa da dimenticare. E la vita prosegue, in apparenza come prima.
Poi però iniziano ad arrivare la paura, la nostalgia di casa, la consapevolezza della solitudine, cominciano a strisciare tra i rifugi in cui i piccoli naufraghi riposano; e con esse arrivano anche i primi attriti, le prime incongruenze. E qualcosa inizia ad emergere. È un processo lento, tanto che nella prima metà sembra essere tutto tranquillo e pacifico: un gruppo di bimbi che si divertono su un’isola incontaminata che assomiglia ad un paradiso, qualcuno gioca a fare il cacciatore, qualcuno il capo, qualcuno sguazza nell’acqua tranquillo. Solo qualche particolare ogni tanto stride, preannunciando quello che verrà dopo.
Perché quel qualcosa è lento ma inesorabile e mano a mano che la storia prosegue la verità si insinua nel lettore, che finalmente capisce di cosa parla questo romanzo.

“Ci sono dottori per ogni male, anche per chi è malato dentro la testa. Non vorrete mica dire sul serio che dobbiamo continuar sempre ad aver paura di nulla? La vita è scientifica, altro che storie.”
“A meno che…”
“Cosa vuoi dire?”
A meno che non abbiamo paura di qualcuno di noi.


Il signore delle mosche è la storia del male nascosto negli uomini, è la storia del piacere della violenza e del potere, è la storia di un’innocenza perduta per sempre o che forse non c’è mai stata. Questa è la verità davanti alla quale ci pone Golding, “la malattia fondamentale dell’umanità”: l’oscurità è presente dentro ognuno di noi, fin dalla nascita, fin da quando siamo innocui bambini e, se lasciata libera di agire, esplode. È una lezione scomoda quella che l’autore vuole dare, inaccettabile: i bambini sono considerati il simbolo di ciò che di più innocente e puro si possa immaginare, Golding rovescia questa immagine e la rende mostruosa. Senza le regole e la civilizzazione imposte dal contesto sociale in cui tutti noi siamo inseriti, l’essere umano sarebbe una creatura malvagia ed egoista, incapace di dominare la propria natura violenta.


In definitiva un libro crudo, spietato e doloroso, che con un linguaggio semplicissimo ma immagini potenti parla a tutti noi, senza lasciare scampo a nessuno. Una di quelle letture a cui ripensare con il magone allo stomaco.

Il signore delle mosche – William Golding
Editore: Mondadori
Anno pubblicazione: 1954
Pagine: 206

Pubblicato da

Ex-giocatrice di calcio, appassionata di Napoli e del Napoli. Amo scrivere 🖋

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