ACQUADOLCE di Akwaeke Emezi

Acquadolce di Akwaeke Emezi è una storia strana e disturbante, che permette di interrogarsi sui demoni nascosti dentro di noi, sul ruolo del proprio corpo, sulle etichette che la società ci impone, sull’identità di genere e sull’imperfezione della mente umana, sulla malattia mentale. È un libro in cui si possono trovare tante cose, a seconda di chi lo legge: una propria idea di fede, la proiezione dei propri pensieri bui o di atteggiamenti considerati poco etici, la sensazione di essere imprigionati in una gabbia di carne, i problemi familiari, i traumi, la cattiveria, le conseguenze, il male.

Ada, la protagonista del romanzo, fin da quando era piccola sente delle voci. Ada sa che nella sua mente si annidano delle strane presenze, spiriti malvagi, intrappolati nel suo corpo e capaci di prenderne possesso. Alcuni hanno persino un nome. E sono loro a raccontarci la storia. Sì, questa è la prima peculiaretà del romanzo: a narrare la vicenda sono presenze non umane. Esse si trovano nella mente di Ada, ci raccontano la sua vita e i suoi pensieri, e così noi vediamo gli eventi e percepiamo le emozioni della protagonista, lo facciamo dall’esterno ma anche dall’interno, perché gli spiriti sono Ada, condividono il suo corpo, ma allo stesso tempo non sono Ada perché non sono umani. Un punto di vista unico, attraverso il quale possiamo vedere la vita umana, le emozioni e i comportamenti terrestri, analizzati e commentati da entità malvagie che ci disprezzano. Eppure gli stessi spiriti che raccontano, si ritrovano trascinati dalle sensazioni che provano attraverso il corpo in cui sono intrappolati. E così si affezionano ad Ada, e si ritrovano pronti a tutto, anche al peggio, per difenderla. Quello tra Ada e le entità che abitano la sua mente è un rapporto di amore e odio, lo stesso che l’autrice fa trasparire nei confronti degli uomini e del corpo umano. È una gabbia di carne quella in cui siamo intrappolati, ma anche un ricettacolo di sensazioni incredibili.

Akwaeke ha scritto un libro che sa essere incalzante e appassionante. Il lettore diventa parte della mente della protagonista, diventa uno dei tanti frammenti in cui è divisa e oscilla tra il dolore per ciò che Ada deve affrontare, alla paura per quello che potrebbe succederle, alla speranza che possa esistere per lei un equilibrio. È un libro che affascina e irretisce, che racconta qualcosa che ricorda la malattia e la depressione ma allo stesso tempo appare molto lontano dalla realtà possibile, eppure è un libro autobiografico. Lo dice Akwaeke: “Ho usato la mia vita come scheletro cronologico e ho adoperato il “male” come lente attraverso la quale guardarla. Non c’è niente di magico o di folkloristico in quello che racconto, questo è un libro autobiografico. Per me questa è la realtà. E l’ho messa al centro della storia.”


Akwaeke Emezi è una ragazza di 32 anni, nata in Nigeria e in seguito trasferitasi in America. Suo padre appartiene all’etnia Igbo, una comunità che crede negli Ogbanje, spiriti malevoli e dispettosi che nascono dentro corpi umani e “il cui unico intento è tormentare la madre umana morendo improvvisamente solo per tornare poi nel prossimo figlio e iniziare tutto da capo”. Vi ricorda qualcosa? Sì, sono loro. Loro sono gli spiriti che invadono il corpo di Ada. Akwaeke crede in questo tipo di entità, lei stessa si definisce un ogbanje. Dunque Akwaeke è, in gran parte, la Ada del libro.


Akwaeke ha avuto un difficile rapporto con il suo corpo e i suoi pensieri, ha sofferto per anni di disforia di genere e solo in America ha finalmente dato un nome a ciò che sentiva. Ha attraversato un tentato suicidio e, tra le altre cose, un’operazione di asportazione dell’utero di sua spontanea volontà. Lo ha raccontato in un articolo, di cui mi ha colpito questa frase:

“It wasn’t my first mutilation, but it was one of my best.”

(Non era la mia prima mutilazione, ma è stata una delle migliori.) 


Una frase quasi inquietante eppure per lei quella operazione è stata una liberazione, un modo per esularsi da qualsiasi identità di genere e liberarsi della paura di poter trasmettere gli spiriti malevoli ai figli. Akwaeke spiega anche come non si sia mai sentita né donna né uomo, priva di ogni etichetta che cercasse di incatenarla a qualcosa che non è. Si definisce infatti una persona “trans, non binaria e plurale”, intendendo proprio questo: un essere umano senza genere.

“C’era un ideale al quale ci si aspettava che il mio corpo si conformasse, e io l’ho rifiutato con un’operazione. Ho rifiutato il corpo come centro e ho scelto qualcos’altro: un mondo dove la deviazione stessa era l’ideale. (..) I miei amici e la mia famiglia sanno che non sono una donna, gliel’ho detto, ma alcuni continuano comunque a pensare a me come tale. Io ignoro la cosa perché a volte è più facile smettere di combattere, accettare l’isolamento come un luogo sicuro. Io esisto separatamente dal concetto di genere binario; senza quelle categorie, io non devo neanche pensare al mio genere. Da sola, ci sono solo io, e io mi vedo chiaramente.”

Acquadolce – Akwaeke Emezi
Editore: il Saggiatore
Anno pubblicazione: 2018
Pagine: 258

Pubblicato da

Ex-giocatrice di calcio, appassionata di Napoli e del Napoli. Amo scrivere 🖋

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